LETTERATURA RUSSA

“La zarevna morta e i sette eroi” di Aleksandr Puskin

Essenzialmente poeta lirico, Aleksandr Sergeevic Puskin è considerato il maggior autore russo, l'innovatore della lingua, il fondatore della letteratura moderna. Nelle lunghe serate trascorse a discorrere con la balia Arina Rodionovna s'innamorò della favolistica, cui si dedicò più tardi con alcune storie come “Il pescatore e il pesciolino” e “La zarevna morta e i sette eroi”. 

Dal 1827 al 1829 Puškin scrisse numerose liriche e affrontò la prosa con i primi capitoli del romanzo “Il negro di Pietro il Grande” e nel 1831 a Boldino, nella tenuta materna, dove si era recato per affari e aveva dovuto trattenersi per un'epidemia di colera, concluse “Eugenio Oneghine” e scrisse le tragedie: “Il cavaliere avaro”, “Mozart e Salieri”, “Il convitato di pietra,” e “Il festino durante la peste”.
Con “La figlia del capitano” (1836) Puskin diede al suo paese il capolavoro del genere, evocando la storia della rivolta di Pugacev. Nello stesso anno scrisse anche un poema dedicato alla figura di Pietro il Grande (cui già aveva dedicato il poema “Poltava”): “Il cavaliere di bronzo”. Più tardi scrisse ancora per il teatro, ma l'opera “Rusalka” rimase incompiuta. 

«LA ZAREVNA MORTA E I SETTE EROI»

Aleksandr Puskin (1799-1837)

Dalla zarina preso commiato
lo zar s'è tosto incamminato,
sola è rimasta lei a guardare
dalla finestra ad aspettare.
Da mane a sera siede ed attende,
fisso sui campi lo sguardo tende
e tanto guarda e tanto scruta
che ormai la vista ha quasi perduta.
E nove mesi già son passati
gli occhi dai campi mai ha levati;
giunto è Natale e alla vigilia
alla zarina Dio da una figlia.
Alla mattina proprio all'aurora
tanto invocato, alla buon ora
fa lo zar padre il suo ritorno,
da tanto atteso la notte e il giorno.
Mentre il suo amato alfin rimira
profondamente ella sospira
ma l'emozione più non sopporta
ed alla messa è bell'e morta. 

Grande la pena, lungo il dolore,
ma lo zar era pur peccatore:
passato un anno come in un sogno
di risposarsi sentì il bisogno.
A dire il vero quella sposina
non era indegna d'esser zarina:
bianca, ben fatta, assai slanciata,
era anche accorta ed assennata.
Ma era purtroppo vanagloriosa,
un poco fatua e assai gelosa
e come dote le avevan dato
solo uno specchio, però fatato:
era uno specchio particolare
perché sapeva anche parlare.
Solo con quello si divertiva,
sempre era allegra e assai giuliva
e volentieri con lui scherzava,
piena di vanto gli domandava:
«Specchio, specchietto dimmi tu il vero,
senza menzogna e per intero:
non sono al mondo io la migliore,
candida e rosa come un bel fiore?»
Le rispondeva lo specchio a tono:
«Di certo dubbi non ve ne sono:
tu mia zarina sei la migliore
candida e rosa come un bel fiore.»

Passato il tempo veloce è intanto
e zitta zitta, come d'incanto,
se n'è cresciuta la principessa,
s'è fatta grande e bella anch'essa.
Bianco è il suo viso, di ciglio è bruna,
d'animo è mite come nessuna.
Ed il destino per fidanzato
Elisej Prence le ha riservato.
La sera prima degli sponsali
mentre si prova i manti regali
sta la zarina con lo specchietto
e vuol sapere al suo cospetto:
«Dimmi, io al mondo son la migliore,
candida e rosa come un bel fiore?»
Ma ora lo specchio che le risponde?
«La tua bellezza certo confonde,
la principessa però è migliore
candida e rosa come un bel fiore!»
«Ah, vile specchio sii maledetto!
Questo lo dici per mio dispetto.
Con me non deve rivaleggiare,
tanta superbia le fo passare!
Niente da fare. E la zarina
piena d'invidia nera e meschina
sotto la panca lo specchio getta,
chiama la fida serva Neretta
e le comanda che lesta lesta
porti lontano nella foresta
la principessa tra i tronchi cupi
e ve la leghi in pasto ai lupi.

«Allora? - chiede già la zarina -
che fine ha fatto la graziosina?»
«Nella foresta sta tutta sola, -
quella risponde col pianto in gola»
Ma già si spande la triste nuova:
la principessa più non si trova!
Dello zar padre grande è l'angoscia,
ma Elisej Prence Dio prega e poscia
si pone in cerca della sua amata,
della regale sua fidanzata.

E la promessa sposa smarrita
tutta la notte vaga impaurita
nella foresta finché un sentiero
la mena a un tratto fino a un maniero.
Le corre incontro un can ringhioso
che poi si tace, si fa festoso,
così che quella varca la soglia
ma nel cortile non muove foglia,
soltanto il cane corre e l'aspetta.
La principessa pian, circospetta
sale le scale attentamente
e giunta all'uscio prende il battente.
La porta s'apre senza rumore
la principessa con gran stupore
scopre una stanza ben luminosa
intorno panche con stoffe a iosa,
desco di quercia con sopra i santi
la stufa splende a lei davanti.
Or la fanciulla ha ben capito
che buona gente vive in quel sito
e che li nulla dovrà temere
però nessuno si fa vedere.
Intanto gira per la magione
e in ogni cosa ordine pone.
A Dio riaccende subito il cero,
la stufa riempie ben per intero
poi sul soppalco sale spossata
e quieta giace li coricata.

L'ora di pranzo sta per suonare
s'ode in cortile gran calpestare:
entrano sette bei cavalieri
grandi, robusti, irsuti e fieri.
Dice il maggiore «Che nuova è questa?
Tutto è pulito e lustro a festa!
Certo qualcuno ha rassettato
la nostra casa, poi s'è celato
e qui ci attende: fatti vedere,
che amicizia sappiam tenere!
Se tu sei uomo di già canuto
per nostro capo sarai tenuto,
se sei invece giovane ardito
come fratello sarai gradito,
se sei una vecchia madre ti avremo
e grande onore ti renderemo.
Se sei fanciulla giovane e bella
ci sarai cara come sorella.»
La principessa prende coraggio,
esce e ai padroni rende il suo omaggio.
Si prostra a terra e come si usa
tutta arrossita domanda scusa
perché da sola ospite è entrata
benché inattesa e non invitata.

Passano i giorni, sfumano in nulla,
la principessa, regal fanciulla,
ed i suoi sette eroici amici
nella foresta vivon felici.
Ancora prima che faccia giorno
insieme i sette escono e intorno
già se ne vanno a passeggiare,
anatre grigie vanno a cacciare,
ad allenarsi un po' la mano
cercando duelli col mussulmano,
o anche a tagliare a sciabolate
tartare zucche nette spiccate,
oppur s'inoltran nel bosco basso
onde stanare di li il circasso.
E nel frattempo la giovinetta
a casa resta sola soletta
alle consuete faccende intenta
di star con loro è ben contenta
d'averla in casa lor sono grati
e cosi i giorni passan beati.
Tutti i sette come un sol cuore
per la fanciulla sentono amore
si che una volta sul far del giorno
le si presentan tutti all'intorno
e li per tutti parla il maggiore:
«Sai che sorella t'abbiamo in cuore
or però accade che quanti siamo,
sette fratelli, sette t'amiamo
e che sarebbe felice ognuno
d'averti in moglie, ma può sol uno.
Come Dio vuole fa tu qualcosa:
per uno almeno puoi essere sposa
per i sei altri sorella resta.
Per qual motivo scuoti la testa?
Forse l'offerta nostra tu sdegni?
Forse ti pare che non siam degni?»
«Nobili amici, fratelli amati,
voi valorosi ed onorati,
risponde loro la principessa
s'è una menzogna, possa per essa
farmi restare Dio fulminata
che posso fare? Son fidanzata!
Per me voi siete tutti alla pari
tutti vi stimo, tutti vi ho cari,
tutti vi amo sinceramente,
ma ad altro uomo eternamente
sono promessa da amor giurato
a Elisej Prence, mio beneamato».

La vil zarina intanto ora
la principessa ricorda e ancora
la sua bellezza non le perdona
e col suo specchio fa la musona
per lungo tempo fino a che un giorno
non scorda l'ira e fa ritorno
a lui davanti a rimirarsi
tutta sorrisi ed a vantarsi:
«Salve specchietto! Dimmi tu il vero
senza menzogna e per intero:
non sono al mondo io la migliore
candida e rosa come un bel fiore?»
A lei lo specchio pronto risponde:
«La tua bellezza certo confonde
ma senza averne mai gloria alcuna
tra verdi querce vive là una
con sette prodi, serenamente
ed è più bella sicuramente.»
E la zarina dalla Neretta
subito vola «Ah, maledetta,
m'hai ingannata! La principessa...»
Quella sgomenta tutto confessa.
La vii zarina allor catene
per lei minaccia e dure pene
e la fa sceglier: morir lei stessa
oppure uccider la principessa.

Così un bel giorno la principessa
mentre i fratelli a casa aspetta
alla finestra siede a filare,
ma a un tratto il cane sente abbaiare
e vede fuori tutta tremante
una suorina che mendicante
dal can si para con la stampella
«Nonnina, aspetta le grida quella
ora ti levo di torno il cane
e poi ti porto un po' di pane.»

«Questa bestiaccia è maledetta
fa in risposta fuor la vecchietta
bisogna, cara, che lo allontani,
qui manca poco che non mi sbrani!»
La principessa preso del pane
vuole andar fuori, ma pronto il cane
appena è uscita par che le dica:
«non t'accostare alla mendica!»
E se la vecchia un passo tenta
come una belva quello s'avventa.
«Ma che gli prende tutto ad un tratto?
Ha mal dormito o forse è matto
dice stupita la giovinetta
beh, prendi al volo!» E il pane getta.
Afferra il pane ben la mendica.
«Che Dio, carina, ti benedica!
Ma prendi in cambio almen qualcosa!»
E una dorata mela succosa
alla fanciulla giunge volando.
A balzi il cane va guaiolando
ma giunge tardi, che a volo, netta
già l'ha afferrata la giovinetta.
«Che questa mela possa giovarti
non ho altro modo per ringraziarti.»
dice la vecchia, la riverisce
e poi nel bosco lesta sparisce...
Ma a saltellare il cane insiste
e fissa in volto la guarda triste
come se in cuore sentisse pena
e ringhia e tutto poi si dimena
come volesse poterle dire
«Getta la mela, stammi a sentire!»
Lei lo carezza dolce e gli chiede
«Chetati caro, che ti succede?»
Ignara in casa, poi torna ancora
chiude la porta e come ognora
alla finestra siede a filare
mentre i fratelli resta ad aspettare.
Ma gli occhi ha sempre su quella mela
che la dolcezza sua le rivela
tanto è fresca e profumata,
parte scarlatta, parte dorata,
piena di miele pare e d'essenza
mostra i semini in trasparenza;
si, si, vorrebbe ben aspettare
l'ora di pranzo, ma come fare?...
Tanto che in mano già l'ha afferrata
ed alla bocca l'ha avvicinata;
ne morde un pezzo con labbra ghiotte
e con gran gusto poi se lo inghiotte...
Ma all'improvviso, ahi mia piccina,
le manca il fiato, tutta reclina
e le sue mani piano disserra
si che la mela rotola a terra,
rovescia gli occhi, cade in avanti
sotto le icone dei buoni santi
il capo adagia sopra la panca
e resta immota silente e bianca...
E cosi aspettan tre giorni in veglia,
ma dal suo sonno non si risveglia.
Funebre prece allor recitata
in una bara l'hanno adagiata
di sol cristallo ben trasparente
e tutti insieme van tristemente
a collocarla nella montagna
e mezzanotte già li accompagna.
Li a sei pali con gran catene
legan la bara appesa bene
poi all'intorno ben rinforzata
ancora innalzan alta inferriata.
Della sorella morta al cospetto
prostrato a terra con gran rispetto
dice il maggiore: «Dormi qui in pace
nella tua bara. Odio rapace
ha presto spento la tua bellezza.
L'anima porti in ciel la brezza.
Tutti noi sette t'abbiamo amata
al tuo promesso t'abbiam serbata.
Ma ahimè nessuno ti fu mai sposo
sol questa bara ti da riposo.»

Elisej Prence va galoppando
pel vasto mondo sempre cercando
la sua promessa da che l'ha persa
lacrime amare intanto versa.
Fugge lontano veloce il vento,
Elisej Prence piange sgomento,
verso quel luogo si getta allora
perché una volta almeno ancora
vuoi rivedere la sua fanciulla.
Ecco davanti gli s'erge brulla
l'alta montagna in una spoglia
vasta pianura e nera soglia
d'antro si apre sotto di essa.
Egli veloce dentro s'appressa.
A lui davanti nel buio greve
cristallo puro dondola lieve,
la lustra bara e dentro quella
l'eterno sonno dorme la bella.
E sulla bara della sua amata
vibra tremenda una mazzata.
Quella si spezza ed immediata
ritorna in vita la fidanzata.
Si guarda intorno stupitamente
e le catene dondolan lente,
poi un sospiro profondo esala
«Quant'ho dormito!» dice e si cala
fuor dalla bara come d'incanto
ed ambedue scoppiano in pianto.
La prende in braccio lui e la conduce
via da quell'antro fuori alla luce.
Poi chiacchierando senza più affanno
felici a casa ritorno fanno,
e già veloce la nuova è andata:
la principessa viva è tornata!
Intanto a casa inoperosa
sta la matrigna vile e invidiosa
allo specchietto caro davanti
e ancor domanda come già avanti:
«Non sono dunque or la migliore
candida e rosa come un bel fiore?»
A lei lo specchio pronto risponde:
«La tua bellezza certo confonde,
la principessa però è migliore
candida e rosa come un bel fiore.»
Or la matrigna s'infuria e piange
ed il suo specchio a terra infrange
corre alla porta e su di essa
incontra proprio la principessa
si che le prende un colpo al cuore
e la zarina malvagia muore.
Appena quella han sotterrata
gran cerimonia vien celebrata:
Elisej Prence la fidanzata
or finalmente ha impalmata.
E mai al mondo s'era sentito
di si fastoso, ricco convito.
C'ero, io. Birra e miei m'han dato
tanto che i baffi sol ci ho bagnato!

 

Traduzione dal russo all’italiano di Saverio Reggio
Fonte: www.arcarussa.it

La vita dello scrittore Nikolaj Gogol a Roma

Lo scrittore Nikolaj Gogol, nato in un piccolo paesino in Ucraina, non riuscì mai ad abituarsi al gelo russo, ai venti e le nebbie dell'Europa centrale: aspirava ad andare al sud, al caldo e al sole. 

Arrivò a Roma nel marzo del 1837 e in un primo momento alloggiò nella casa di Giovanni Massuchi in via S. Isidoro 17, di fronte alla Chiesa di S. Isidoro, vicino a Piazza Barberini. Dall'autunno del 1837 fino al 1842 visse in Via Sistina 126, oggi adibita a casa-museo dello scrittore, dove il suo ritratto è appeso con la didascalia "Qui visse Gogol". 

In una delle prime lettere italiane Gogol condivide le sue impressioni:

Quando sono venuto per la prima volta a Roma, mi sembrava una piccola cittadina. Ma col tempo la vedo sempre più grande, edifici enormi, le vedute più belle, il cielo migliore, e tanti dipinti, rovine e oggetti d’antiquariato che per guardarli non basta tutta la vita. Ci si innamora pian piano di Roma, ma una volta per tutta la vita.

Gogol ha una vera passione per l'Italia" scrive R. Giuliani, professore presso l'Università La Sapienza di Roma. “Lo spirito del popolo italiano per lui è un segno della sua vocazione storica". 

Ripeteva spesso e con enfasi: "...quando ho finalmente visto Roma la seconda volta, mi è sembrata più bella che mai. Mi sembrava che io avessi visto la mia patria, la patria della mia anima...! Dove ha vissuto il mio cuore ancora prima di me, prima che io nascessi." 

Gogol lavorò moltissimo a Roma; qui scrisse il primo volume delle "Anime morte" e "Il cappotto". 

Anime morte →
Il cappotto →

A Roma rielaborò inoltre i suoi capolavori "Taras Bulba" e "Ritratto" e scrisse la versione definitiva delle commedie "Matrimonio" e "Revisore". Nel 1841, poco dopo l’arrivo di Gogol, il critico letterario Belinskij scrisse: "(Qui in Italia Gogol) è diventato un poeta nazionale russo nel pieno significato di questa parola.

Bisogna ricordare che Roma ai tempi di Gogol non era come la conosciamo oggi. Era la città-arcadia, ricca di un'abbondante vegetazione. Città e paese, arte e natura, “che non conoscono il rumore della Storia." 

Quando Gogol venne a Roma, si era da poco conclusa la costruzione del Pincio e del suo parco; qui lo scrittore, che abitava proprio ai piedi del Pincio, amava passeggiare. 

Andava spesso anche a Piazza di Spagna, amava L'Osteria "Lepre" (che oggi non esiste più), dove spesso si riunivano gli artisti russi, e cenava di frequente presso un ristorante accanto al Pantheon. 

Durante la sua permanenza presso l’Hotel “La Russia”, scrisse: "Che cielo! Che giornate! Che aria! Guardo i paesaggi, ma non riesco mai a staccarmi da loro. Sento nella mia anima il cielo e il paradiso.

Visse a Roma dal 1837 al 1846, ritornando periodicamente in Russia. 

Molti scrittori russi hanno vissuto a Roma: Zhukovsky, Vjazemskij, Alexander Ivanov, Turgenev, Herzen, Dostoevskij. All'immagine di Roma si rivolgono nelle sue poesie anche Tiutchev, Fet, Gumilev, Mandel'stam, Brodsky. Spesso aristocratici, artisti e scrittori si riunivano a Palazzo Poli, casa della principessa Volkonskaya, e tra loro c’era anche Gogol, che apprezzava particolarmente l’ospitalità della principessa. Fu nel suo palazzo che lo scrittore lesse per la prima volta il suo “Revisore” e sempre qui incontrò e divenne amico dell’artista Aleksandr Ivanov, famoso per aver dipinto "L'apparizione di Cristo al popolo" esposto nella Galleria Tretyakov a Mosca. 

Il Soggiorno di Gogol in Italia coincise con uno dei migliori periodi per l’attività degli artisti russi che si trovavano a Roma. Benché la grande storia italiana, i suoi monumenti antichi, il clima mite e lo stile di vita del popolo avesse da sempre attratto filosofi e poeti, scrittori e artisti, i maestri russi vi arrivarono più tardi degli altri, soprattutto nella prima metà del XIX secolo. Gli artisti russi venuti dal freddo di San Pietroburgo e dall'Accademia delle Belle Arti, dove dominavano severi insegnanti, trovarono in Italia un’atmosfera serena e godevano di un’insolita libertà trascorrendo spesso il loro tempo nell’ozio più completo. Le borse di studio fornivano inoltre ai giovani una vita piuttosto comoda e agiata. 

A Roma, gli artisti e gli scrittori russi amavano riunirsi vicino Piazza di Spagna, nel vecchio Caffè Greco di via Condotti, una sorta di club dove artisti internazionali erano soliti incontrarsi e passare il loro tempo.  Qui venivano Goethe, Byron, Stendhal, Shelley, Hans Christian Anderson, Bizet, Gounod, Mickiewicz, Rossini, Berlioz, Mendelssohn, Liszt, Wagner e Toscanini. Oggi all'ingresso del caffè è appesa una targa con scritto "Storico Caffè Greco, fondato nel 1760. Preso sotto la protezione dello Stato come patrimonio nazionale." Sulla parete in fondo al caffè si può vedere un ritratto in miniatura di Nikolaj Gogol e un foglio, conservato sotto un vetro, sul quale Gogol scrisse una lettera al suo amico Pletnev il 17 marzo 1842: "Della Russia io posso scrivere solo a Roma, solo qui essa mi appare in tutta la sua grandezza.” 

Quando tornava nella fredda San Pietroburgo, Gogol sentiva la mancanza di Roma: "O Roma mia. Bella, mia meravigliosa Roma. Infelice colui che per due mesi viene staccato da te, è felice colui per chi questi due mesi sono passati sulla strada del ritorno da te.

Nel 2002 il famoso scultore russo Zurab Tsereteli ha eretto un monumento dedicato a Gogol ospitato nel parco di Villa Borghese, a Roma. Due anni prima, sempre a Villa Borghese, era stato eretto un monumento dedicato ad un altro grande poeta e scrittore russo: Alexander Puskin. 

La Fiaba Russa di Nonno Gelo

Una matrigna aveva una figlia e una figliastra. Qualsiasi cosa facesse la figlia, le accarezzava la testa e le diceva: "Che intelligente!". La figliastra invece, malgrado fosse una ragazza d'oro, veniva criticata qualunque cosa facesse. Fu così che la matrigna decise di cacciarla di casa. «Portala via, vecchio, portala dove vuoi, purché i miei occhi non la vedano e le mie orecchie non sentano più parlare di lei; ma non portarla dai parenti in una casa calda, portala nei boschi dove il gelo erode le pietre!». 
Il marito si rattristò e pianse, poi mise la ragazza sulla slitta. Avrebbe voluto coprirla con una coperta, ma ebbe paura. Portò la sventurata nei boschi e la rovesciò su un cumulo di neve; poi tornò a casa in tutta fretta per non assistere alla morte della figlia. La poverina rimase sola. Tutt'a un tratto, saltando da un abete all'altro, arrivò il Gelo. Dalla cima dell'albero le domandò: «Hai caldo, fanciulla mia?» «Sì, Nonno Gelo, sono al calduccio». Il Gelo scese più in basso, facendo scricchiolare i rami. «Dunque hai caldo, fanciulla? Stai veramente al caldo, bella mia?». Lei riusciva a malapena a respirare. «Sono al caldo, Nonno Gelo, sono proprio al caldo». Il Gelo scese ancora di più. «Hai sempre caldo, fanciulla? Stai veramente al caldo, bella mia? Dimmi che hai caldo, tesoro mio!». La fanciulla, intirizzita dal freddo, non riusciva più a muovere nemmeno la lingua. «Se tu sapessi che caldo che ho, Nonno Gelo!». E allora il Gelo ebbe pietà della fanciulla; la coprì con pellicce di lana e la scaldò con coperte di piume. 

Intanto la matrigna, che già stava preparando il banchetto funebre, cuoceva le frittelle. Poi gridò al marito: «Vai, vecchio pelandrone, porta indietro tua figlia, è il momento di seppellirla!». Il vecchio andò nel bosco e arrivò nel luogo dove aveva lasciato la figlia. La trovò tutta allegra sotto l'abete, rosea, con una pelliccia di zibellino e ricoperta d'oro e d'argento. Vicino a lei c'era un baule pieno di ricchi doni. Il vecchio se ne rallegrò; mise tutto nella slitta, fece salire la figlia e si recò a casa. La matrigna intanto continuava a cuocere frittelle. Tutt'a un tratto la porta si aprì e la figliastra, ricoperta d'oro e d'argento, entrò raggiante; dietro di lei c'era un baule grande e pesante. La vecchia la guardò perplessa, poi disse al marito: «Sella un altro cavallo, tu, vecchio pelandrone! Porta anche mia figlia nel bosco e mettila nello stesso punto!». Il vecchio mise la figlia della vecchia nella slitta, la portò nel bosco, la rovesciò sul cumulo di neve sotto il grande abete e andò via. La figlia della vecchia batteva i denti in mezzo alla neve. Arrivò il Gelo saltando da un abete all'altro: «Dimmi, hai caldo fanciulla?» E lei rispose: «Mamma mia, che freddo! Smetti di far scricchiolare i rami, Nonno Gelo!». Il Gelo scese ancora più in basso, facendo scricchiolare i rami. «Hai caldo, fanciulla mia? Hai caldo, bella mia?» «Oh, non sento più i piedi, non sento più le mani! Vattene, Nonno Gelo!». Il Gelo scese ancora più in basso e domandò: «E adesso hai caldo, fanciulla? Dimmi se hai caldo, bella mia!» «Oh, che strazio! Mi hai proprio congelata! Va' via, maledetto Nonno Gelo!». Il Gelo allora andò in collera e assestò una tale botta alla fanciulla che costei ghiacciò all'istante. 
Allo spuntare dell'alba, la vecchia mandò il marito a riprenderla: «Presto, vecchio pelandrone, vai a cercare mia figlia e portala qui con tutto l'oro e l'argento!». Il vecchio partì. Quando si aprì la porta, la vecchia si precipitò incontro alla figlia. Aprì la stuoia e vide che giaceva morta nella slitta. La vecchia pianse, ma ormai era troppo tardi.